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17 Novembre 2006  |  vai all'archivio

Riflessioni dopo la condanna a morte a Saddam

Le condanne a morte non cambiano la storia

Stavamo parlando della “rivoluzione” del 1989 che decretò la caduta del dittatore Ceausescu, ad un certo punto le chiesi cosa avesse provato di fronte alla fucilazione del Conducator e della moglie Elena, se l’avesse condivisa o no. La mia amica rumena rispose: “Sono cristiana, e perciò contraria alla pena di morte. Ma devo riconoscere che il popolo rumeno solo allora, quando ha visto Ceausescu e la moglie cadere sotto i colpi di fucile ha capito che era veramente tutto finito, si chiudeva un’epoca di terrore e di miseria. Con la testa non l’ho condivisa, quella fucilazione, col cuore forse sì”.

Quell’amica sbagliava e se ne accorse molto presto. La fucilazione del dittatore determinò il crollo di un regime poliziesco basato sulla delazione e sulla paura. Ma oggi, diciassette anni dopo la morte del Conducator, la Romania non si è ancora affrancata dalla devastazione alla quale il regime comunista l’ha condotta.

Per molti anni, dopo l’89, hanno governato gli uomini dell’enturage di Ceausescu, gli stessi che lo avevano mandato davanti al plotone d’esecuzione nella finta rivoluzione che fu in realtà un golpe bianco. Vecchi comunisti, che smisero allora l’abito del partito unico per indossare solo formalmente quello della democrazia. La corruzione, che imperava durante il regime non solo non è diminuita in questi anni ma, da nascosta che era, si è fatta sfacciata ad ogni livello: quasi nulla è un diritto, per tutto bisogna pagare. E’ vero che oggi, a differenza di quindici anni fa , ci sono negozi dove chi ha soldi può trovare tutto. Che le città sono più pulite e qualche volta più sicure, che dovunque si rifanno le strade. Ma alla stazione centrale di Bucarest, la capitale, parte un treno ogni ora e un’intera generazione di giovani ha dovuto emigrare per sopravvivere. Le fabbriche sono allo sfascio, il mondo agricolo è fermo a cent’anni fa, il turismo non decolla e la forbice tra i pochi ricchi e la maggioranza di poveri si apre sempre di più.

L’Europa è alle porte, nel 2007 anche la Romania dovrebbe entrarci, ma i rumeni hanno paura: mentre l’appuntamento si avvicina, sentono l’odore di ulteriori ristrettezze economiche.

I plotoni di esecuzione non hanno mai dato una mano alla democrazia. Al massimo, hanno posto la parola fine alla vicenda umana qualche dittatore e si sono lasciati dietro lo strascico di innumerevoli violenze e vendette che, all’interno del medesimo popolo, hanno contrapposto sostenitori e detrattori del vecchio regime. La democrazia non si esporta ammazzando i tiranni, perché non è un merce. La democrazia si costruisce lentamente dal di dentro la vita di un popolo. E’ come un seme che cresce nel terreno nel quale è piantato, solo se trova l’ambiente adatto. Le condanne a morte non inaugurano epoche nuove: ripropongono vecchi scenari che la storia ha più volte bocciato. Le condanne a morte sono decise dai tribunali dei vincitori: a volte gli stessi che qualche tempo prima, quando faceva comodo, strizzavano l’occhio e stringevano le mani del dittatore.

Le vuole chi non vuol capire la storia: chi la guarda con occhi superficiali e miopi o la legge in maniera ideologica.


Sandro Vigani                                  


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